Che l’uomo sia frutto dell’evoluzione naturale o che sia stato creato non spetta a me dirlo. Fatto sta che da milioni di anni osserva il mondo e la sua rappresentazione attraverso due occhi posti orizzontalmente al di sotto della fronte.
Ti dispiace mettere il tuo telefono in orizzontale per fruire di quello che vorremmo farti vedere?
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Há uma música do povo, Passione, Guapparia, Palomma ’e notte: quattro capisaldi del repertorio napoletano interrogati nella loro dimensione originaria, quella del mito.
Non documenti di un’identità, ma tracce di una memoria profonda, in cui il Mediterraneo si rivela spazio mitico prima ancora che geografico. In queste canzoni — così note da rischiare l’invisibilità — riaffiorano il tragico, il sacro, la tensione tra destino e volontà: elementi che precedono la forma stessa della canzone e la attraversano.
La scrittura, concepita in origine per il teatro, trova nel linguaggio del cinema digitale la possibilità di costruire immagini che non illustrano, ma espongono. Non una messa in scena, ma un dispositivo in cui il tempo del mito — senza origine né fine — possa rendersi percepibile.
Una visione mitologica sostituisce la tradizione, ed è forse proprio in questa frattura che queste canzoni, così profondamente sedimentate nell’ascolto, possono tornare a rivelare ciò che da sempre contengono.
Assegnare ad un compositore il compito di arrangiare i brani del repertorio classico napoletano al di fuori di come tradizionalmente la si ascolta, equivale a esplorare quanto questi brani possano essere davvero dei classici. L’idea di ricostruire gli arrangiamenti per un quartetto d’archi, quindi lontano dagli strumenti tradizionali è stata una prima idea di base. Usare un compositore di scuola e esperienza classica la conseguenza. La passione e l’empatia di Sandro Di Stefano ha fatto il resto. Ricordo ancora l’espressione mentre mordeva una pizza, la sua espressione cambiò, mi palesò l’idea di innestare Guapparia nella ritmica della Habanera di Carmen. La sua passione e il suo carattere che metteva armonia nella musica come nelle risate e negli scherzi che ci legavano hanno prodotto quello che state per ascoltare. A voi il responso, a noi la gioia di aver incontrato in vita Sandro Di Stefano e la sua musica.
Il ricordo personale di Sandro vale quanto l’insegnamento del rigore portato all’estremo. Forse perchè i musicisti di razza sono abituati da bambini, forse per carattere, forse perchè credeva fortemente nel potere diegetico della musica, vogliamo ricordarlo in questo frammento filmato, insieme al Metropolitan String Quartet, durante le prove generali prima della incisione della base musicale di queste quattro canzoni. Uno dei suoi ultimi lavori
Alla base di ogni produzione c’è sempre la cultura d’impresa, la volontà e l’entusiasmo del team coinvolto. Non avremmo potuto fare questo lavoro senza il fondo fotografico Troncone-Parisio e l’entusiasmo di Stefano e Giuliana Fittipaldi, infaticabili custodi e memoria storica dell’archivio che dirigono, che sono stati in grado di estrarre le immagini giuste avendo soltanto a disposizione le descrizioni delle ambientazioni delle scene come concepite nello scritto di sceneggiatura. Volevamo che le scenografie fossero a metà tra il reale e in fantastico, un po’ memoria e un po’ presepe, visto che siamo a Napoli. Ricostruite come in un collage fatto di spazio e di tempo, ambienti dove gli attori potessero essere a loro agio e dove potessero sentirsi a casa anche i testi delle canzoni nella rappresentazione che avevamo immaginato di dare. Questi testi, spesso poesie prima che canzoni, raccontano attraverso metafore storie del mito nel tempo e nel luogo fuori dalla realtà
La scenografia digitale significa esplorare senza limiti la propria fantasia entrando in risonanza con un archivio che conserva la memoria di una civiltà. Abituato a servire mostre, pubblicazioni scientifiche, trattati di urbanistica ha trovato spazi impensati nella costruzione dei luoghi in cui le nostre storie sono state ambientate. Perfino un vecchio film muto mai girato e mai esistito ha avuto spazio e ha fornito alle storie lo spazio di azione. Conservare la memoria non serve solo a ricordare e ricostruire chi siamo, ma che a saper essere proiettati dove non avremmo mai immaginato di andare.
Il processo che va dall’idea alla sua realizzazione per poi finire di fronte al publico nel suo ordinario percorso di vita, è cambiato molto con l’avvento delle tecnologie digitali. Prima di tutto per la possibilità di simulare il risultato ancora prima di averlo visto, poi per la necessità di integrare le fasi di progettazione e di lavorazione e richiede da parte dell’intera catena del valore la volontà di alterare la tradizione. Ci sono due aspetti in gioco: la ricerca nelle forme dell’audiovisivo e la capacità di integrazione tra le componenti artistiche, tecniche, sceniche, con le maestranze in campo. Tutti sanno bene come l’emozione del pubblico, il riconoscimento, l’immedesimazione sono frutto dei dettagli costruiti con calma e con pazienza. Lo sanno bene gli attori quanto importante sia la cura dei costumi, un accessorio appropriato, la luce. In un audiovisivo l’armonia esce dal solo campo musicale e fa parte di tutti i tavoli, entra nel teatro di posa, si insinua nelle macchine di post-produzione e tiene tutti uniti fino al giorno della presentazione al pubblico.
… e poi prove continue per amalgamare la carta e lo schermo, per smussare ogni possibile tranello e per dare davvero sfogo alla idea dell’ultimo momento, a quello che sono facendo viene in mente all’improvviso. Solo se la pianificazione è stata rigorosa l’inventiva di quel giorno nel teatro di posa può essere costruita sotto le luci e sotto la spada del budget che non può e non deve essere superato. Davvero questo lavoro dà, all’avverbio insieme, un significato pieno e appagante.
Parliamo anche di tecnologie, che non sono mai solo tali, perchè hanno uomini e donne di talento che le usano per dare vita alle immagini finali. Anche in questo caso l’integrazione che parte dalla pagina scritta e arriva alla fine diventa una chiave di volta. Il team di produzione e di post-produzione è composto di artisti tecnicamente preparati, ma soprattutto capaci di comprendere che il risultato finale e non solo la semplice procedura da applicare. Succede spesso, che il procedimento migliore, quello più efficace, obbliga a violare regole note e a costruirne altre in funzione della visualizzazione richiesta. In poche parole, dato che presentavamo canzoni in forma diversa dalla tradizione, cercavamo anche noi una forma adeguata e siamo finiti su di una linea di confine tra cinema e teatro, una forma visiva che fosse strumento per collocare la forma canzone nel contesto di una esperienza lontanissima dal revival e puramente immaginaria e fantastica.